Il mistero dei tunnel abbandonati sotto le stazioni ferroviarie italiane

Sotto il brusio dei tabelloni e il passo svelto dei viaggiatori, respira un’altra Italia: corridoi spenti, stanze chiuse, tunnel che hanno visto lettere, allarmi, partenze senza ritorno. È un piano invisibile che continua a dirci chi siamo, proprio mentre passiamo oltre.

Il mistero dei tunnel abbandonati sotto le stazioni ferroviarie italiane
Il mistero dei tunnel abbandonati sotto le stazioni ferroviarie italiane

Sotto le stazioni: lavoro invisibile

Le grandi stazioni ferroviarie italiane, tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, erano macchine perfette. Non solo piazze del viaggio. Erano centri logistici. Sotto il livello dei marciapiedi correvano gallerie per la posta, vani tecnici, montacarichi, percorsi per i bagagli. Il treno arrivava, i facchini caricavano, i carrelli scivolavano nei passaggi e riemergevano dove serviva. Il tutto con orari ferrei, turni serrati, poche parole.

Non esistono mappe complete e uniche. Ogni impianto ha una sua geografia. In molte città, però, i “piani bassi” sono reali. Alcuni tratti si vedono durante lavori o aperture straordinarie. Altri restano chiusi e si intuiscono dal respiro freddo che sale dalle grate.

Il punto più noto ha un nome preciso: il Binario 21 di Milano Centrale. Era sotto il piano passeggeri, dedicato al carico dei vagoni postali. Durante la Seconda guerra mondiale, quel luogo fu usato per i convogli della deportazione. Dal 2013 è un Memoriale visitabile: un luogo sobrio, essenziale, dove il silenzio non è vuoto ma memoria attiva. Chi scende lì capisce subito che le stazioni sono anche archivi emotivi.

Molti nodi ferroviari ospitavano anche bunker di protezione antiaerea. A Roma Termini e Torino Porta Nuova sopravvivono rifugi con porte in ferro pesantissime, corridoi rinforzati, scritte d’epoca lasciate lungo le pareti. In alcune occasioni aprono al pubblico con visite guidate. Non è scenografia: è il modo in cui un Paese si difendeva dai bombardamenti, proteggendo personale e funzioni vitali.

C’è poi la rete dei passaggi per i bagagli. Prima degli nastri trasportatori, la spina dorsale erano carrelli e montacarichi. Quelle gallerie hanno lavorato per decenni. Oggi, dove la tecnologia ha cambiato i flussi, molti varchi sono murati o in disuso. Restano i portalini, i botoletti, i vani ascensore che non portano più da nessuna parte.

Perché oggi sono chiusi

La risposta è semplice e concreta: sicurezza e manutenzione. Gli standard attuali richiedono impianti a norma, vie di fuga, controlli costanti. Tenere aperti chilometri di percorsi sotterranei costa. Molti tratti non servono più al servizio attuale e sono stati sigillati. Un effetto collaterale, però, resta affascinante: questi vuoti creano un “cuscinetto di silenzio” che separa il tumulto in superficie dalla pancia dell’edificio. Un isolamento naturale, quasi una pausa.

Qualche dato aiuta a orientarsi. Le espansioni maggiori dei grandi scali risalgono tra il 1880 e il 1930. I rifugi antiaerei vengono allestiti soprattutto dal 1940 in poi. I memoriali e i percorsi museali sono iniziative recenti, spesso nate tra anni 2000 e 2010, con aperture scaglionate. Non tutto è mappato: in assenza di documenti certi, la prudenza è obbligatoria.

Mi colpisce sempre un dettaglio: il pavimento di marmo, lucido, che vibra appena quando passa un treno. Sotto, il buio trattiene il rumore, come se lo masticasse piano. Camminiamo sopra strati di città che non vediamo più. Ogni tanto, però, una porta di ferro si apre, l’aria cambia, e capiamo che il viaggio non è solo andata e ritorno. È anche profondità. La prossima volta che entri in stazione, ti fermerai un secondo a sentire cosa dice il sotto?

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